Una scena marina di Joaquín Sorolla a Jávea, o Xàbia, in lingua catalana.

C’è un respiro originario a cui accedo tuffandomi nell’acqua marina. Non ad una parola, non ad un gesto, non allo sguardo dell’inizio, ma ad un respiro, il mio primo respiro.

Tutto è tutto insieme, io e tutto-tutto-tutto-gettato insieme – viva io, viva l’aria, viva la luce, vivo il sole, vivo il latte, viva la notte, tutto insieme e vasto e pieno nel respiro primigenio.

 

Dietro fotografie o pezzi di cartone Sorolla dipingeva «apuntes» o «manchas de color».

Il mare ha la voce del respiro; la sua voce è un canto, il grande grido-suono che non vogliamo più respirare e fruire e cantare. Mi immergo nelle sue gamme di toni, ed ecco la voce, la mia voce.

 

Mischiati nell’acqualuce, nella sabbia amorfa, nelle ombre leggere degli organismi vivi, nei colori caldi e freddi che si integrano e creano il movimento.
I Niños en el Mar di Valencia, sempre di Sorolla.

 

Mi capita spesso di rimanere troppo a lungo arrotolata nella mia conchiglia, immobile; sento avvolgermi la nostalgia, guardo la mia paura,

 

Ti desidero e ti perdo, sei vicino e sei lontano, così ignoto e così familiare. Il contrasto dei colori e insieme la delicatezza di Waiting for dad, acquarello di Winslow Homer.

e nell’attesa trabocca di nuovo e più forte l’istinto di scagliarmi nel respiro.

 

Tanto è radiosa la vita, tanto la morte compagna la innerva. Winslow Homer addolcisce la forza pura e brutale della creazione, e insieme ne esalta il conflitto permanente che la riempie.

Valentina Brau